venerdì 25 dicembre 2015

RASSEGNA STAMPA

















SUL WEB:

Intervista a Gianfranco Nerozzi autore de Il cerchio muto
http://www.liberolibro.it/intervista-a-gianfranco-nerozzi-autore-de-il-cerchio-muto/


A cura di Gordiano Lupi
Gianfranco Nerozzi è uno degli autori italiani contemporanei più interessanti, perché fa narrativa di genere senza rinunciare alla letteratura e soprattutto perché è capace di scrivere romanzi corposi all’americana, seguendo l’insegnamento di Stephen King.
Il suo ultimo romanzo esce per i tipi della storica Editrice Nord, un punto di riferimento per il fantastico italiano. Il cerchio muto racconta la storia di Clorinda, teenager oppressa da un padre possessivo che l’ha cresciuta in una gabbia dorata, sottoponendola a rituali di rievocazione per celebrare il ricordo della madre, morta mentre la partoriva dopo un incidente stradale. Nel sabato sera del suo diciottesimo compleanno, la giovane scappa da casa per andare in discoteca, ma qui incontra Vasco Terrano, un delinquente figlio di un boss mafioso, che la convince a seguirlo in un luogo appartato, dove viene drogata, violentata e gettata in strada. La ragazza è investita da un’auto, guidata da Franco Negronero, uno studente di medicina, figlio di un commissario morto in servizio che si paga gli studi universitari partecipando a corse clandestine. In seguito al trauma riportato nell’incidente, Franco entra in coma, ma dopo una settimana si risveglia in modo inspiegabile. Oppresso dai sensi di colpa per la morte che pensa di aver provocato, insidiato da una misteriosa presenza, comincia a raccogliere in modo ossessivo i dati medici sulle stragi del sabato sera, le statistiche delle morti, i referti medici… Si rende conto che alcuni incidenti sono legati come gli anelli di una catena. Aiutato da una collega di suo padre: Chiara Monti, comandante dell’NSPIA, una squadra della Polizia per combattere un’organizzazione denominata Triplice, la mafia delle discoteche, per prevenire la mattanza di giovani sulle strade, Franco giunge sulle tracce di un assassino che sta ricreando lo stesso tipo d’incidente in cui ha trovato la morte Clorinda…
Gianfranco Nerozzi costruisce una storia ricca di suggestioni narrative che si rifanno a Victor Hugo, Stephen King e scenari angoscianti alla James Ballard, Il cerchio muto è una moderna novella gotica, un poliziesco anomalo e persino un thriller soprannaturale. L’autore bolognese segue la lezione di Mario Bava e costruisce una storia con due possibilità, una razionale, l’altra surreale. Al giorno d’oggi l’horror gotico è questo, le discoteche e le stragi del sabato sera si sostituiscono ai castelli diroccati sul mare e ai sadici baroni che tornano per vendicare il loro passato.

Abbiamo avvicinato Nerozzi per rivolgere qualche domanda.

Non è una scelta controcorrente essere scrittori horror in Italia?
Oh ma io non sono mica un autore horror. Io scrivo romanzi d’amore. Sembrerebbe una battuta, detta da me… Invece non del tutto. Perché penso che alla base di una qualsiasi ispirazione artistica, in fondo ci debba sempre essere una forma passionale, un mix d’affetto e carnalità. Sangue che pulsa, odori e sapori. Forse la risposta alla tua domanda è: che la scelta di essere scrittori, scrittori veri, di per sé implica l’andare controcorrente. Che se no cosa serve? Risalire un corso d’acqua, spingere contro flutti contrari, anche a rischio di essere divorati da qualche fottuto orso che ti scambia per un salmone. Dirigersi verso qualcosa di determinante, spaccandosi i muscoli. È proprio quel viaggio lì, quella fatica, quel pericolo, che rende tutto quanto degno di essere vissuto. Rivoluzione e redenzione. Controcorrente dentro e fuori dal cerchio, la fuga dalla gabbia della normalità che cerca di tenerci stretti, nel flusso facile dell’acqua che scorre senza rumore.

Sei un narratore di genere che vuol far arrivare dei messaggi al lettore oppure le tue storie sono narrazione pura?
Le mie storie sono di certo pure, e proprio per quello lanciano messaggi. Per forza di cose. La scrittura, così come tutte le forme d’arte, ha ragione di esistere nella condivisione delle cose che ci ossessionano. Oltre all’amore, di cui dicevo prima, c’è sempre la paura: che si può considerare, lo dico spesso: la madre di tutte le emozioni. Quando siamo molto spaventati, i sensi sono più attivi, tutti quanti… soprattutto il sesto. Per arrivare a un compromesso accettabile fra il nostro batticuore e il desiderio di essere felici, occorre trovare delle risposte. Così il messaggio diventa inevitabile. Dopodiché gli scrittori (veri e puri) lo mettono in una bottiglia e lo affidiamo al torrente che scorre, perché risalga faticosamente e dolorosamente verso gli orsi cattivi. La speranza è che giunga in cima alla montagna alla faccia di tutte le controcorrenti del mondo.

Il tuo ultimo libro è anche uno spettacolo. Parlacene
Io ho sempre eseguito dei reading musicali per presentare i miei romanzi. Concerti di parole, li definisco: performance legate alle colonne sonore che metto sempre in ogni libro, retaggio del mio passato di musicista… In occasione della pubblicazione del Cerchio muto, ho voluto spingermi oltre. Un reading live vero e proprio (Redivivo mi piacerebbe chiamarlo…) dove diverse forme artistiche tradurranno e celebreranno parti del romanzo. L’idea è quella di destrutturalizzare la storia e interpretarla di nuovo. Così ci sarà un gruppo di musicisti: I Propexy, che interpreteranno i Mastema (il gruppo musicale fantasma che vive sempre nei miei libri). Poi ci sarà una cantante lirica: Katia Natalini. Le coreografie della scuola di ballo di Annadora Scalone. Gli attori del Teatro presenza con la direzione di Graziano Ferrari. Le immagini della regista Valentina Bertani. E dulcis in fundo: le scenografie della scuola Perlarte di Roberta Denti. Dati i temi trattati nel romanzo e conseguentemente anche nello spettacolo, mi piacerebbe coinvolgere Licei e Università, per arrivare ai giovani, e di conseguenza anche ai non giovani… A tutti. Insomma, ci sarà da divertirsi.

L’Editrice Nord è un bel punto di arrivo. Mi pare che raramente pubblica autori italiani. Buon segno?
Potrebbe essere un buon segno. Soprattutto se Il Cerchio muto avrà il successo che sperano (che speriamo, eh!). Dato il momento, però… Con tutti questi segni di catastrofi incombenti e disastri finanziari e non, con la fottuta e celebratissima crisi economica e il crollo del valori. L’unico segno che ci rimane da fare… è quello della croce. Ma sempre comunque protesi nella corrente, dentro e fuori dal cerchio. In fuga dal silenzio.

Ringraziamo Gianfranco Nerozzi e auguriamo al suo nuovo romanzo il successo che merita.

 

Intervista THRILLER CAFE

http://www.thrillercafe.it/gianfranco-nerozzi-intervista/#more-909  


il - cerchio - muto - nerozziINTERVISTA a Gianfranco Nerozzi – di Silvia Torrealta
Gianfranco Nerozzi è nato nel 1957 a Bologna dove vive e lavora. Karateka e batterista in un gruppo rock è approdato alla scrittura nel 1990. Ha vinto il Premio Tedeschi col romanzo Cuori perduti, ed ha scritto Genia, Resurrectum e molti altri romanzi e racconti, quasi tutti di genere horror. “Il cerchio muto” è il suo ultimo libro, un’interessante esperienza di commistione di generi diversi.
1) Come definiresti il tuo ultimo romanzo: Il cerchio muto, horror, poliziesco, letteratura nera…  È diverso dagli altri che hai scritto, ad esempio Genia o Resurrectum? In che cosa ? E perché?
È diverso dai precedenti. E nello stesso tempo uguale: nella sua inclassificabilità. Nel senso che, come sempre ho fatto, anche stavolta ho scritto un romanzo degenere, che può essere letto nei modi più disparati. Quindi non solo un horror, non solo un poliziesco, non solo un romanzo generazionale. Nel complesso definirlo thriller potrebbe dare un’idea, molto approssimativa (la suspense pare che non manchi…) Ma poi ci sono tutti i discorsi legati alle tematiche sociali ed esistenziali che lo rendono al di sopra di ogni sospetto, o al di sotto, a seconda di come uno vuole vederla. Ho voluto mantenere lo stile in una forma per così dire: allargata, lasciando le porte aperte ai lettori di tutti i tipi, senza usare gli stilemi classici strettamente legati alla letteratura di un certo genere, orrorifica per eccellenza, tanto per dire. Ho adottato uno spettro più ampio, usando un flauto magico con più possibilità armoniche, per fare in modo che nuovi lettori potessero essere ammaliati e venire verso di me. Persino la casa Editrice non ha voluto mettere in copertina la dicitura thriller, ma solo: romanzo, e basta. Un romanzo di Nerozzi, però, con tante pagine irte di emozioni profondamente eseguite e sinceramente condivise. Credo che la definizione poesia del brivido possa dare bene l’idea della pulsione di fondo che si nasconde nella trama: che si nasconde e poi si scopre.

2) La storia narrata in questo romanzo, che sostanzialmente evidenzia problematiche molto sentite riguardo alle stragi del sabato sera, quanto risente del fatto che tu abbia un figlio adolescente?  E che cosa significa poter entrare e poter uscire dal Cerchio ?
Pensa che questa storia l’aveva già pensata da molto tempo, almeno da dieci anni. Ma non ero mai riuscito a portarla avanti. E solo adesso che, appunto, mio figlio Samuele è diventato adolescente, sono riuscito a trovare la forza necessaria per farcela. Quindi: sì. Molto merito va a lui, alla sua influenza e ai suoi consigli. Ma anche alle riflessioni che per forza di cose, come davanti a uno specchio di paura, qualsiasi genitore si trova a dovere affrontare al cospetto di tutto quello di brutto che ci circonda. Il timore di non poter proteggere veramente i nostri figli, la paura di non essere compreso da loro, di non farcela, unita alla malinconia per il tempo che passa e non ritorna. Ti scopri tutte quelle rughe in più sulla faccia e tuo figlio di colpo non sta più collezionando Pokemon, ma se ne va in giro abbracciato a una bella ragazza. Allora ti senti vecchio e giovane nello stesso tempo e, nel contrasto, non capisci più come devi comportarti per farcela. Quindi alla base di tutto c’era un discorso che aveva a che fare con la responsabilità di essere genitori e il coraggio di essere figli: e all’improvviso avevo capito cosa doveva mettere dentro al libro. Come dovevo procedere. Il cerchio muto, nella fattispecie, è lo spazio ipotetico che nelle arti marziali circonda un combattente, dentro al quale sei al sicuro dall’essere colpito, ma dove nemmeno puoi riuscire a colpire per vincere il tuo avversario. Nel mio romanzo rappresenta la zona di confine dell’anestesia, la gabbia dove ci si rinchiude quando si perde la voglia di combattere, il non sentire più nulla, il preferire il silenzio alle grida di ribellione. I giovani prendono droghe e non capiscono, si schiantano sulle strade, e i grandi a volte fanno finta di nulla. Veniamo tutti quanti rinchiusi giorno per giorno dentro a nuovi cerchi di silenzio, con la televisione che impera e la crisi che fa lo stesso, soprattutto quella dei valori. Con questo romanzo ho voluto lanciare fondamentalmente una sfida. E sbattere fuori dal cerchio un mare di suggestioni, per capire come le urla servono per fare in modo che tutti sappiano che esistiamo, tutti, persino noi stessi.
3) In una tua intervista sul “Cerchio Muto“ c’è un tuo richiamo a Victor Hugo. Ci sono immagini, flashes, rimandi di altri scrittori che in qualche modo hanno influito nell’architettura di questo romanzo? Ovviamente questa domanda va intesa nel senso in cui Eco dichiara che “ogni libro dialoga sempre con altri libri “.
Bellissima la dichiarazione di Eco, con cui mi trovo assolutamente d’accordo. Tutto è collegato e fa parte di un insieme che pulsa e cresce. L’arte così diventa un enorme serbatoio pieno fino all’orlo di pozioni liberatorie. Le sintonie non sono solo importanti, ma auspicabili. Così per me in questo romanzo, suggestioni suggerite e scaturite da altri romanzi, ma non solo. Alla fine del libro c’è la soundtrack, la colonna sonora del romanzo, e la visiontrack, le immagini dei film che mi hanno influenzato, oltre alla bibliotrack. Questo per dire che tutto serve e tutto diventa materia di scintille. Tutto il buono che c’è: che si dilata e si trasforma e prolifera. Dentro e fuori dal cerchio: eh!
4) Spesso avvicinano la tua produzione letteraria a quella di Stephen King. Accetti questo accostamento ? E quale differenze ritieni che vi siano con  la tua produzione ?
Io ho amato e amo molto King e quindi mi fa onore essere accostato a lui. La cosa mi inorgoglisce. Ovvio. Anche se nello stesso tempo provo un’ombra di tenerezza per come noi italiani non riusciamo proprio a fare a meno di trovare paragoni con gli stranieri famosi. King però scrive della sua terra e io scrivo della mia. Con tutti i personaggi credibili che servono, a fare da contorno. Io credo di essere più carnale, rispetto a lui. E decisamente più struggente e più cattivo, quando mi ci metto.
5) Il fatto di presentare “Il cerchio muto“ con uno spettacolo in cui intervengono performances di linguaggi diversi, danza, scultura, musica, scenografie ecc.. è legato alla volontà di diversificare una presentazione dalle tante che si svolgono giornalmente in ogni città o avverti un’esigenza di espressione multimediale di cui dai un esempio con questo spettacolo?
Io ho sempre presentato i miei libri, per anni, assieme al mio compare Lucio Morelli, grande autore e compositore e cantante. Con dei concerti di parole: una mescolanza fra uno spettacolo rock e un reading. Un’esigenza suggerita forse dal mio passato da musicista, un modo come un altro per continuare a fare i conti con un palco e delle note e delle parole davanti a un pubblico che applaude. Nell’occasione dell’uscita del Cerchio muto, ho sentito la necessità di spingermi oltre. Così ho voluto mettere in piedi uno spettacolo dove il libro viene reinterpretato da altre forme artistiche. Un gruppo musicale di ragazzi molto preparati: i Prophexy, interpreteranno il mio gruppo fantasma: The Mastema, quello che ho inventato e messo in tutte le mie opere. Poi ci sarà una bravissima cantante lirica: Katia Natalini. Le coreografie di Annadora Scalone. Le scenografie di Roberta Denti del Laboratorio artistico Perlarte. Le immagini della regista Valentina Bertani. La direzione artistica di Graziano Ferrari in collaborazione con il Teatro presenza… Se vuoi lo possiamo chiamare anche multimedialità. Io credo che sia solo e unicamente un desiderio e un simbolo. L’espressione dell’uscita dal cerchio, la liberazione delle grida, sempre quella. Emblematica fuga verso un punto di luce lontano. Assolutamente fuori da tutto il silenzio che c’è.

GIANFRANCO NEROZZI su LA ZONA MORTA

http://www.lazonamorta.it/lazonamorta2/?p=1053

Autore a tutto tondo che sa abilmente spaziare dal racconto al romanzo, pittore, musicista, insegnate, amante del genere fantastico in primis, considerato uno dei migliori scrittori horror italiani: tutto questo e molto di più è Gianfranco Nerozzi. L’abbiamo incontrato per voi: scopriamo insieme cosa ci ha raccontato.
COMINCIAMO CON UNA DOMANDA DI RITO. CHI È GIANFRANCO NEROZZI?
Non lo so ancora chi sono veramente, grazie a Dio. Per questo che faccio lo scrittore… Per cercare di capirlo. Un’indagine introspettiva che vuole scoprire tutto quello che c’è di innocente e di colpevole dentro il mio essere. Gli interrogativi che nascono da questa inchiesta giudiziaria, diventano parole da condividere e immagini. Pulsioni e battiti, tentativi di redenzione e discese negli inferi comprese nel prezzo.
VUOI PARLARCI DELLE TUE PRODUZIONI PRECEDENTI, DAI RACCONTI AI ROMANZI?
Diciotto romanzi pubblicati. E un’infinità di racconti. La cosa di per sé, sul momento mi fa onore e mi rende soddisfazione. Poi sposto il punto di vista e penso al tempo che è passato e che passa. Dal 1990, anno in cui ho cominciato a produrre storie, sono trascorsi diciotto anni. Già, lo stesso numero dei miei romanzi. Quindi più scrivo e più invecchio? Magari, potrebbe essere saggio fermarsi, per fermare anche il tempo. Invece proseguo e proseguirò, fino a diventare decrepito: di libri e di altro. Del resto io non sono mai stato saggio…
DA QUALCHE TEMPO HAI PUBBLICATO IL TUO NUOVO ROMANZO “IL CERCHIO MUTO“. CE NE VUOI PARLARE?
È un romanzo che parla di giovani e di vecchi, di genitori e figli, un romanzo generazionale, si potrebbe dire. Che descrive fondamentalmente un percorso iniziatico: in avanti e all’indietro.
Ci sono discoteche come gironi infernali, droghe nuove, corse clandestine, mafia delle discoteche, stragi del sabato sera come apocalissi incombenti. La trama segue una struttura a cerchio di ragnatela, che invischia e nutre. Con alla base un’indagine poliziesca e un’indagine soprannaturale. Come faccio sempre, quando mi ci metto: è un romanzo che accarezza diversi generi e assume svariate sfumature. Così da trasformarsi in quello che io amo definire: romanzo degenere. Che esce dagli schemi, per poi rientravi e uscire di nuovo. “Il cerchio muto” è la gabbia dentro cui qualcuno si rifugia per non essere colpito e per non soffrire. Il luogo dove impera l’anestesia. Il silenzio. Evadere da questa gabbia e da questo cerchio, solo quello può renderci vivi, in grado di raggiungere un sogno o l’altro… L’idea di base di questo libro risale a dieci anni fa. Una trama difficile, complicatissima, che solo ora sono riuscito a concretizzare. Colpevole l’adolescenza di mio figlio Samuele. E la mia necessaria immedesimazione in genitore attento, con il difetto di produrre opere letterarie. Il tempo è diventato maturo coincidendo con la mia esigenza primaria di condividere paure e speranze per i giovani che crescono. Facendo i conti con la malinconia residua necessaria: per un passato remoto che ritorna sempre, fino a diventare premessa e promessa per un futuro migliore. “Il cerchio muto” diventerà anche uno spettacolo, che cercherò di portare in giro per proporlo soprattutto alle giovani generazioni e anche alle vecchie, di conseguenza: uno show che si potrebbe definire un reading live, subito da noi soprannominato Redivivo, dove diverse forme artistiche interpreteranno parti del libro. Ci saranno I Mastema, il mio gruppo fantasma, ci saranno ballerini, immagini proiettate, attori, scenografie… Tutto al servizio della fuga necessaria che occorre compiere per uscire dal libro stesso, una volta consumato, tenerlo dentro e farlo uscire in qualche modo, superare il cerchio…
IN QUESTI ANNI DI ATTIVITÀ HAI SEMPRE AVUTO UNA PREDILEZIONE PER IL GENERE HORROR E PER IL MISTERO IN GENERALE. CHE SIGNIFICATO HANNO PER TE QUESTE TEMATICHE?
Fascinazione. Desiderio d’ispezionare l’insondabile. Per farlo mio per renderlo vivo. È una passione, se così si può chiamare… diciamo: un’esigenza! Che mi sono portato dietro subito, non dico appena nato, ma quasi. Sono sempre stato attirato da quell’universo fantastico che fa della paura la sua ragione di esistere al di sopra e al di sotto del vuoto. Sognare di mondi in preda al pericolo. Entrare dentro dimensioni parallele. Guardare nell’abisso e trovarsi tutte le volte a fare quattro chiacchiere con lui. Ecco, scrivere, per come lo intendo io, vuole dire proprio questo: parlare con il mostro dentro e quello fuori di te. Cercare di capirlo. Intervistarlo. Confrontandolo con quello degli altri.
SE NON VADO ERRATO, NELLA TUA CARRIERA SEI STATO ANCHE PITTORE, MUSICISTA E ATTUALMENTE TI OCCUPI PURE DI INSEGNAMENTO. COME SI CONCILIANO NELLA TUA VITA QUESTE ANIME DIVERSE?
Sono anime inverse, più che diverse. Parti della stessa medaglia. Dello stesso medagliere… Dipingere, comporre musiche e canzoni, scolpire, e poi… scrivere. Alla base di tutto c’è un disperato ed entusiastico desiderio d’espressione: la necessità di condividere emozioni e battiti con gli altri. Con il mondo intero. Così come anche l’insegnamento. Ho fatto lezioni per grandi e per piccoli, in tutti questi anni. Sono docente di thrilling alla scuola Incubatoio 16 di Carlo Lucarelli. E ho fondato assieme a Giampiero Rigosi, Andrea Cotti, Silvia Torrealta e Alfredo Colitto la Scuola di scrittura Zanna Bianca, ormai in auge da molti anni e al cui corpo insegnanti si è aggiunto anche Guido Leotta. In fin dei conti si tratta sempre della comunicazione di un verbo. Che può sembrare molto biblico detto così… La parola trasmessa, la sensazione. Consigli per trovare il coraggio di entrare dentro di noi per poi tirarci fuori. Al di là del discorso puramente tecnico, dello studio sistematico delle strutture e dei metodi per divenire professionisti della scrittura.
VENIAMO A UNA DOMANDA PIÙ GENERALE. DOVE TRAI ISPIRAZIONE PER TUTTE LE TUE STORIE?
Provengono tutte dal filtro del tè. Risposta sibillina, eh!
Infinite volte mi hanno fatto ‘sta domanda e infinite volte ho risposto parlando dell’ossessione.
Il mondo che ci circonda, tutto quello che succede attorno a noi nel bene e nel male, le cose che ci piacciono e quelle che aborriamo, entrano dentro di noi, passando attraverso una sorta di selezionatore, un filtro interiore, per poi precipitare nel serbatoio dell’inconsapevolezza. Solo una parte di tutto ciò viene trattenuta. Quel prodotto di risulta lì, il residuo che rimane sul filtro, come quello del tè, appunto, rappresenta per un artista tutto quello che deve essere raschiato via e condiviso. Quindi la risposta della tua domanda potrebbe essere: prendo ispirazione da tutto quello che non riesco a digerire, sempre e comunque, nel bene e nel male, il povero dottor Jekyill mi sia testimone.
QUALI SONO GLI SCRITTORI CHE MAGGIORMENTE TI HANNO INFLUENZATO NELLA TUA CARRIERA DI SCRITTORE?
Il primo che ha contribuito a rilasciami addosso una scintilla è stato Dickens con il suo incredibile “Canto di Natale”: una storia struggente piena di fantasmi, evocativa e calda, nonostante la neve che cade. Poi c’è un autore, anche questo l’ho già riferito più volte, che mi ha fatto capire come si possa descrivere la luce passando dalla tenebra: William Peter Blatty con il suo “Esorcista”. Mi hanno definito lo Stephen King italiano, quindi come potrei non citare anche il grande maestro del Maine? King mi ha sicuramente influenzato, ma non tanto nello stile o nelle tematiche, che rispetto alle mie, vertono su canoni inversi (e diversi, eh!), ma piuttosto per il suo incredibile talento comunicativo. La straordinaria capacità che lui ha di farti entrare dentro i personaggi che descrive in modo totale. Poi la dimensione del quotidiano rapportata a quello dell’orrore e del fantastico. Con tutto l’effetto catartico potenziato che ne consegue. Ho trovato molto stimolanti certe storie di Clive Barker. Ora come ora adoro Cormac Mc Carthy. Fra gli italiani: Alan D. Altieri. Quando vidi in libreria il suo megatomo “Città oscura”, ero appena agli inizi della mia carriera, impregnato dal sogno di diventare scrittore a tutti gli effetti. Leggere un autore italiano che riusciva a essere così intenso e suggestivo e anche potente, come e più degli autori stranieri che allora ancora imperavano, soli e indiscussi… ha consolidato in me l’intento di accettare la sfida e di rendermi all’altezza… Adesso io e Altieri siamo colleghi di casa editrice e amici e la cosa mi onora e mi entusiasma. Poi ci sono tutti gli altri fratelli di penna: da Lucarelli, a Rigosi, a Cotti, a Baldini… tutti quanti insieme appassionatamente abbiamo creato una compagine e ci doniamo spalle e consigli e influenze a vicenda.
E PER QUANTO RIGUARDA I TUOI FILM PREFERITI, CHE CI DICI?
Una volta curai una rassegna che s’intitolava: “Un film che si chiama desiderio”, dove invitavo degli autori a presiedere alla proiezione del film che aveva significato qualcosa per la loro poetica e le loro scelte narrative. Io scelsi “Soldato blu”, un western, pensate… Niente di orrorifico, niente di misterioso. Una storia che parla di un massacro e di un amore che sopravvive alla violenza più cruda. Quando vidi per la prima volta quel film, non avevo nemmeno quattordici anni e dovetti mentire sulla mia età per entrare in sala. Ricordo che rimasi con gli occhi sbarrati di fronte a scene di inaudita violenza, ma nello stesso tempo trovandomi rassicurato da quel concetto lì: dell’amore che sopravvive a tutto. Sempre la contrapposizione fra luce e tenebra, perdizione e redenzione, raggiungere il fondo per risalire. Per capire la giusta direzione. Poi se vogliamo fare il gioco del film preferito, così, al volo, citando i primi che mi vengono in mente… Per l’horror: “Il signore del male” di John Carpenter, “La Mosca” di David Cronenberg. Per la fantascienza: “La cosa”, sempre di Carpenter e “L’invasione degli ultracorpi” in tutte le sue versioni: Dan Siegel, Philip Kaufman, Abel Ferrara, Oliver Hirschbiegel… Per il poliziesco: “Seven” di David Fincher. Per il noir: “Mystic river” e “Gone baby gone”, entrambi tratti dagli omonimi romanzi di Dennis Lehanne. Per l’action movie: “Face off” di John Woo. Arti marziali: “I tre dell’operazione drago”. Poi tutti i “Rocky”. “L’ultimo sogno” di Irwin Winkler.
I più belli visti negli ultimi tempi: “Il labirinto del fauno”, davvero stupendo. E “Gran Torino” di Clint Eastwood.
ULTIMA DOMANDA, POI TI LASCIAMO AL TUO LAVORO. QUALI PROGETTI HAI PER IL FUTURO E QUAL È IL TUO SOGNO (O I SOGNI) CHE HAI LASCIATO NEL CASSETTO?
Pubblicare altri diciotto romanzi come minimo e invecchiare altri diciotto anni di conseguenza. Ma tenendo sempre coperto il quadro che tengo nascosto nel cassetto, nella mia personale bat-caverna… Che Dorian Gray mi sia testimone…





CARLO LUCARELLI E GIAMPIERO RIGOSI NEL CERCHIO DEL NERO

VIDEO INTERVISTA










Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi, parlano del Cerchio Muto. A ruota libera. 
In una video intervista girata dalla bravissima Barbara Di Micco. 










CERCHIOMUTO REDIVIVO






IL VIDEOCLIP DELLO SHOW
regia di BARBARA DI MICCO








Con i PROPHEXY nel ruolo dei Z-MASTEMA
IRENE ROBBINS alla voce
ANNADORA SCALONE: coreografie

GIANFRANCO NEROZZI: percussioni e voce narrante








































THE BOOK


...non si può spegnere la voglia di volare, 
soltanto ucciderla...





Ci sono giovani perduti nel nulla, romantiche farfalle che volano verso luci finte. Discoteche come dimensioni parallele dove impera la destrutturalizzazione delle emozioni e dei sentimenti. Droghe che distorcono la morale e il senso comune della speranza. Ci sono genitori che cercano di capire e non ci riescono. Ci sono coma profondi infestati di fantasmi. Stragi del sabato sera come rituali pagani di immolazione. Ci sono personaggi che si muovono prigionieri dentro la gabbia di un cerchio, dove il silenzio e la calma apparente rendono grazia all’incapacità di esistere. Il cerchio muto, l’area di confine dentro cui puoi stare al sicuro, ma dove non esisti più, dove non puoi essere colpito ma non puoi nemmeno colpire. Poi la semplicità di un messaggio banale e inderogabile, antitesi degli intenti: per imparare a rialzarti, devi prima avere il coraggio di cadere, per raggiungere la luce, occorre inseguire il buio. Per raggiungere la terra dei sogni, bisogna trovare la forza e il coraggio di combattere strenuamente per conquistare ogni metro, ogni centimetro, ogni respiro. Fuggire dal cerchio di silenzio.